giovedì 7 dicembre 2017

Piccolo sfogo letterario

Dopo un tentativo di leggere il libro di Paola Mostracola "L'esercito delle cose inutili", mi sono dovuto trovare un antidoto.  "Cere perse" di Gesualdo Bufalino mi sembrava adatto, ma mi è sembrato ancora troppo aggrovigliato e faticoso nelle sue pesanti citazioni, nelle involuzioni della sua lingua barocca. E così sono approdato ai "Racconti" di Anton Cechov e finalmente ho trovato la pace in questa scrittura piana e distesa, in queste trame semplici e precise, una vera delizia.
Al diavolo tutta questa scrittura moderna nervosa, arrogante e sincopata frutto di tecnica piuttosto che di inventiva.


martedì 28 novembre 2017

Oltre la siepe

Il piccolo spazio dietro alla siepe in fondo al giardino è un luogo mitico della mia infanzia. Lì si produceva uno degli strumenti più importanti del gioco di noi ragazzi: la forcella della fionda. La scelta della forcella era operazione delicata e di fondamentale importanza per la buona riuscita della fionda: non doveva essere troppo sottile e nemmeno troppo grossa, i due capi della Y della fionda devono essere dello stesso diametro ecc ecc. La forcella , una volta tagliata e spelata, veniva passata sulla fiamma del fornello per togliere la peluria e per temprare un po' il legno. Poi si passava agli elastici che erano quelli di una camera d'aria per biciclette recuperati dal ciclista: una parte della camera d'aria si apriva e si ricavavano strisce di 1-2 cm di larghezza e 30-40 di lunghezza, mentre l'altra parte della camera d'aria veniva tagliata a rondelle sempre alte 1-2 cm che sarebbero servite per fissare gli elastici alla forcella da un lato e dall'altro una toppa nella quale inserire il sasso per il lancio. La toppa dalle nostre parti era facile da trovare: si usata un rettangolo di pelle di 5-6 cm x 3-4 e si praticavano due fori sui lati corti per permettere il fissaggio (sempre con le solite rondelle) agli elastici.
Ecco dunque la nostra "arma" preferita era pronta per l'uso. In realtà, in tutta la mia infanzia non ricordo di aver mai preso un solo uccellino con la fionda, ma c'era il mio amico Mario che invece diceva di averne presi, eccome. Il nostro terreno di caccia erano i due oratori (quello maschiele e quello femminile) e il mio giardino dove allora c'erano due grandi alberi di albicocche.
Quella siepe ora non c'è più rimpiazzata da un filare di uva e neanche la cascina è più così. Ma niente di male: non sono forse anch'io altro da quel bambino selvatico e un po' scontroso che girava con una fionda in tasca?




domenica 29 ottobre 2017

Destino comune

Anche solo il rimanere accanto ad una paziente, o ad un paziente, lambiti dai venti sotterranei del dolore del corpo, e del dolore dell'anima, non guardando l'orologio, non lasciandosi trascinare dalle rigide scansioni del tempo misurabile, ma sintonizzandosi con il tempo interiore, con il tempo vissuto, può aiutare a sentire e a vivere la malattia come qualcosa che fa parte di un destino comune a chi cura, e a chi è curato.

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Universale Economica Feltrinelli, 2015