domenica 29 ottobre 2017

Destino comune

Anche solo il rimanere accanto ad una paziente, o ad un paziente, lambiti dai venti sotterranei del dolore del corpo, e del dolore dell'anima, non guardando l'orologio, non lasciandosi trascinare dalle rigide scansioni del tempo misurabile, ma sintonizzandosi con il tempo interiore, con il tempo vissuto, può aiutare a sentire e a vivere la malattia come qualcosa che fa parte di un destino comune a chi cura, e a chi è curato.

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Universale Economica Feltrinelli, 2015





martedì 24 ottobre 2017

Incomunicabilità nella malattia o empatia


Come avvicinarsi alla malattia Se ci avviciniamo ai pazienti senza emozioni, e senza commozione, affidandoci a gesti banali, e a parole fredde e indifferenti, quotidiane e senza anima, dimentichiamo che, anche nelle situazioni estreme, non sappiamo, non possiamo sapere, quanta attenzione, e quanta sensibilità, ancora sopravvivano, e quanta segreta nostalgia ci sia di una vicinanza umana silenziosa, e gentile. Non lasciamoci distrarre dalla falsa opinione che non abbia senso ricercare modi di incontro, modi di vicinanza umana, capaci di alleviare almeno per un istante la solitudine e la disperazione dei pazienti. Non c'è assistenza, e non c'è cura possibile, se non muovendo dalla consapevolezza dell'altro insondabile mondo, in cui si vive nella malattia di Alzheimer; e delle metamorfosi del tempo che ne conseguono. Divenire consapevoli di queste metamorfosi aiuta ad evitare atteggiamenti che accrescano la nostra distanza dai pazienti, la loro solitudine e il loro isolamento, e ne alimentino la aggressività, come quelli che richiedono cose che non sono in grado di fare, e non tenendo conto del loro modo di vivere, e anzi di non-vivere, né nel tempo dell'orologio né del tempo vissuto.
Nonostante tutto è necessario rispettare la dignità, alla quale anche i malati di Alzheimer hanno diritto in ogni momento della loro sofferenza, sapendo che il contesto sociale e familiare, il contesto di cura, ha una sua influenza sul modo con cui la malattia sia rivissuta dai pazienti.
(Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Universale economica Feltrinelli, 2016)

Pensierino. Oggi che c'è una oggettiva e diffusa incapacità a comunicare (alla faccia dei social network) c'è contemporaneamente un bisogno crescente di empatia con persone (non solo) ammalate da giocare tutta sul terreno della comunicazione emozionale (quella più difficile).



martedì 17 ottobre 2017

Vivo tra forme luminose e vaghe che non sono ancora le tenebre

Elogio de la sombra

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan)
puede ser el tiempo de nuestra dicha.
El animal ha muerto o casi ha muerto.
Vivo entre formas luminosas y vagas
que no son aún la tiniebla.
Buenos Aires,
que antes se desgarraba en arrabales
hacia la llanura incesante,
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro,
las borrosas calles del Once
y las precarias casas viejas
que aún llamamos el Sur.
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas;
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar;
el tiempo ha sido mi Demócrito.
Esta penumbra es lenta y no duele;
fluye por un manso declive
y se parece a la eternidad.
Mis amigos no tienen cara,
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años,
las esquinas pueden ser otras,
no hay letras en las páginas de los libros.
Todo esto debería atemorizarme,
pero es una dulzura, un regreso.
De las generaciones de los textos que hay en la tierra
sólo habré leído unos pocos,
los que sigo leyendo en la memoria,
leyendo y transformando.
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte,
convergen los caminos que me han traído
a mi secreto centro.
Esos caminos fueron ecos y pasos,
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones,
días y noches,
entresueños y sueños,
cada ínfimo instante del ayer
y de los ayeres del mundo,
la firme espada del danés y la luna del persa,
los actos de los muertos,
el compartido amor, las palabras,
Emerson y la nieve y tantas cosas.
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro,
a mi álgebra y mi clave,
a mi espejo.
Pronto sabré quién soy.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969


Elogio dell'ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo piú felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi e altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Louis Borges

(Traduzione di Francesco Tentori Montaldo)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971



Pensierino. Avrei voluto pubblicare la lettura che ha fatto per me l'amico Mario, ma insormontabili difficoltà tecniche non me l'hanno permesso. Ripassare la poesia mentre qualcuno la legge è un esercizio che consiglio: la poesia senza "suono" della poesia perde una caratteristica fondamentale. Ben vengano 1000 reading di poesia.