giovedì 7 dicembre 2017

Piccolo sfogo letterario

Dopo un tentativo di leggere il libro di Paola Mostracola "L'esercito delle cose inutili", mi sono dovuto trovare un antidoto.  "Cere perse" di Gesualdo Bufalino mi sembrava adatto, ma mi è sembrato ancora troppo aggrovigliato e faticoso nelle sue pesanti citazioni, nelle involuzioni della sua lingua barocca. E così sono approdato ai "Racconti" di Anton Cechov e finalmente ho trovato la pace in questa scrittura piana e distesa, in queste trame semplici e precise, una vera delizia.
Al diavolo tutta questa scrittura moderna nervosa, arrogante e sincopata frutto di tecnica piuttosto che di inventiva.


martedì 28 novembre 2017

Oltre la siepe

Il piccolo spazio dietro alla siepe in fondo al giardino è un luogo mitico della mia infanzia. Lì si produceva uno degli strumenti più importanti del gioco di noi ragazzi: la forcella della fionda. La scelta della forcella era operazione delicata e di fondamentale importanza per la buona riuscita della fionda: non doveva essere troppo sottile e nemmeno troppo grossa, i due capi della Y della fionda devono essere dello stesso diametro ecc ecc. La forcella , una volta tagliata e spelata, veniva passata sulla fiamma del fornello per togliere la peluria e per temprare un po' il legno. Poi si passava agli elastici che erano quelli di una camera d'aria per biciclette recuperati dal ciclista: una parte della camera d'aria si apriva e si ricavavano strisce di 1-2 cm di larghezza e 30-40 di lunghezza, mentre l'altra parte della camera d'aria veniva tagliata a rondelle sempre alte 1-2 cm che sarebbero servite per fissare gli elastici alla forcella da un lato e dall'altro una toppa nella quale inserire il sasso per il lancio. La toppa dalle nostre parti era facile da trovare: si usata un rettangolo di pelle di 5-6 cm x 3-4 e si praticavano due fori sui lati corti per permettere il fissaggio (sempre con le solite rondelle) agli elastici.
Ecco dunque la nostra "arma" preferita era pronta per l'uso. In realtà, in tutta la mia infanzia non ricordo di aver mai preso un solo uccellino con la fionda, ma c'era il mio amico Mario che invece diceva di averne presi, eccome. Il nostro terreno di caccia erano i due oratori (quello maschiele e quello femminile) e il mio giardino dove allora c'erano due grandi alberi di albicocche.
Quella siepe ora non c'è più rimpiazzata da un filare di uva e neanche la cascina è più così. Ma niente di male: non sono forse anch'io altro da quel bambino selvatico e un po' scontroso che girava con una fionda in tasca?




domenica 29 ottobre 2017

Destino comune

Anche solo il rimanere accanto ad una paziente, o ad un paziente, lambiti dai venti sotterranei del dolore del corpo, e del dolore dell'anima, non guardando l'orologio, non lasciandosi trascinare dalle rigide scansioni del tempo misurabile, ma sintonizzandosi con il tempo interiore, con il tempo vissuto, può aiutare a sentire e a vivere la malattia come qualcosa che fa parte di un destino comune a chi cura, e a chi è curato.

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Universale Economica Feltrinelli, 2015





martedì 24 ottobre 2017

Incomunicabilità nella malattia o empatia


Come avvicinarsi alla malattia Se ci avviciniamo ai pazienti senza emozioni, e senza commozione, affidandoci a gesti banali, e a parole fredde e indifferenti, quotidiane e senza anima, dimentichiamo che, anche nelle situazioni estreme, non sappiamo, non possiamo sapere, quanta attenzione, e quanta sensibilità, ancora sopravvivano, e quanta segreta nostalgia ci sia di una vicinanza umana silenziosa, e gentile. Non lasciamoci distrarre dalla falsa opinione che non abbia senso ricercare modi di incontro, modi di vicinanza umana, capaci di alleviare almeno per un istante la solitudine e la disperazione dei pazienti. Non c'è assistenza, e non c'è cura possibile, se non muovendo dalla consapevolezza dell'altro insondabile mondo, in cui si vive nella malattia di Alzheimer; e delle metamorfosi del tempo che ne conseguono. Divenire consapevoli di queste metamorfosi aiuta ad evitare atteggiamenti che accrescano la nostra distanza dai pazienti, la loro solitudine e il loro isolamento, e ne alimentino la aggressività, come quelli che richiedono cose che non sono in grado di fare, e non tenendo conto del loro modo di vivere, e anzi di non-vivere, né nel tempo dell'orologio né del tempo vissuto.
Nonostante tutto è necessario rispettare la dignità, alla quale anche i malati di Alzheimer hanno diritto in ogni momento della loro sofferenza, sapendo che il contesto sociale e familiare, il contesto di cura, ha una sua influenza sul modo con cui la malattia sia rivissuta dai pazienti.
(Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Universale economica Feltrinelli, 2016)

Pensierino. Oggi che c'è una oggettiva e diffusa incapacità a comunicare (alla faccia dei social network) c'è contemporaneamente un bisogno crescente di empatia con persone (non solo) ammalate da giocare tutta sul terreno della comunicazione emozionale (quella più difficile).



martedì 17 ottobre 2017

Vivo tra forme luminose e vaghe che non sono ancora le tenebre

Elogio de la sombra

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan)
puede ser el tiempo de nuestra dicha.
El animal ha muerto o casi ha muerto.
Vivo entre formas luminosas y vagas
que no son aún la tiniebla.
Buenos Aires,
que antes se desgarraba en arrabales
hacia la llanura incesante,
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro,
las borrosas calles del Once
y las precarias casas viejas
que aún llamamos el Sur.
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas;
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar;
el tiempo ha sido mi Demócrito.
Esta penumbra es lenta y no duele;
fluye por un manso declive
y se parece a la eternidad.
Mis amigos no tienen cara,
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años,
las esquinas pueden ser otras,
no hay letras en las páginas de los libros.
Todo esto debería atemorizarme,
pero es una dulzura, un regreso.
De las generaciones de los textos que hay en la tierra
sólo habré leído unos pocos,
los que sigo leyendo en la memoria,
leyendo y transformando.
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte,
convergen los caminos que me han traído
a mi secreto centro.
Esos caminos fueron ecos y pasos,
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones,
días y noches,
entresueños y sueños,
cada ínfimo instante del ayer
y de los ayeres del mundo,
la firme espada del danés y la luna del persa,
los actos de los muertos,
el compartido amor, las palabras,
Emerson y la nieve y tantas cosas.
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro,
a mi álgebra y mi clave,
a mi espejo.
Pronto sabré quién soy.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969


Elogio dell'ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo piú felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi e altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Louis Borges

(Traduzione di Francesco Tentori Montaldo)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971



Pensierino. Avrei voluto pubblicare la lettura che ha fatto per me l'amico Mario, ma insormontabili difficoltà tecniche non me l'hanno permesso. Ripassare la poesia mentre qualcuno la legge è un esercizio che consiglio: la poesia senza "suono" della poesia perde una caratteristica fondamentale. Ben vengano 1000 reading di poesia.

venerdì 6 ottobre 2017

acqua da acque

luminescenze dal profondo

acqua da acque materna corona
...una donna incinta si bagna la pancia nel mare
il feto si scalcia per spezzare l'incantesimo

portandomi per aggiungere mare
alle tue acque materne
ti fu tentazione
l'andare oltre il sole
sprofondare
...tu sola madrina
del tuo essere madre
né compagno né marito ad assisterti da riva


da Tu che mi conosci (poesie alla madre) di Alberto Bevilacqua; Einaudi, 2005


Pensierino. Non penso a mamma come ad un mare. Per me era terra, una terra piana circoscritta da lontane montagne che si vedono cristalline nelle rare giornate di vento o che , molto più spesso, non si vedono affatto, avvolte nelle brume invernali o i vapori estivi della pianura. Orizzonti variabili ma ben delimitati.

lunedì 18 settembre 2017

Luna o terra

Luna o terra


Pensierino. Centinaia di fotografie per tirarne fuori una decente. Una volta c'erano i "bravi fotografi", oggi , nella massa enorme delle foto scattate (di culo) qualcuna viene bene persino a me. E' la legge dei grandi numeri.

domenica 3 settembre 2017

Il re degli Elfi

Ian Bostridge - Erlkönig di Johann Wolfgang Goethe.


Commento. Un inizio drammatico. Incombe la tragedia dai risvolti misteriosi. Il figlio ha un incubo dovuto alla febbre. Il padre lo rassicura e cerca di condurlo in un villaggio vicino per cercare un medico. 


Il re degli Elfi

Chi cavalca così tardi nella notte e nel vento?
È il padre col suo bambino;
egli stringe bene il ragazzo col braccio,
egli lo regge forte, egli lo mantiene caldo.
Figlio mio, perché nascondi così angosciosamente il tuo viso?
- Non vedi, padre, il Re degli Elfi?
Il Re degli Elfi con corona e pennacchio?
- Figlio mio, è una striscia di nebbia.
- "Tu caro bambino, vieni, vieni con me!
Giocherò con te a bellissimi giochi;
sulla spiaggia ci sono molti fiori variopinti,
mia madre ha molti vestiti d'oro."
- Padre mio, padre mio, e non senti,
cosa il Re degli Elfi mi promette sottovoce?
- Sii tranquillo, resta tranquillo, piccolo mio;
il vento bisbiglia tra le foglie secche.
- "Grazioso fanciullo, vuoi venire con me?
le mie figlie dovranno curarti bene;
le mie figlie guideranno la danza notturna,
ti culleranno, danzeranno, ti faranno addormentare col loro canto."
- Padre mio, padre mio, e non vedi là
le figlie del Re degli Elfi in quel recesso tenebroso? -
- Figlio mio, figlio mio, io vedo bene,
sono i vecchi salici a sembrare tanto grigi.
- "Io ti adoro, la tua bella figura mi affascina;
e se non sei accondiscendente, io avrò bisogno della forza."
- Padre mio, padre mio, adesso egli mi afferra!
Il Re degli Elfi mi ha procurato un dolore!
Il padre inorridisce, egli cavalca veloce,
egli stringe nelle braccia il suo bambino gemente,
raggiunge l'abitazione a stento e con affanno;
nelle sue braccia il bambino era morto.




Non ho compreso una parola, ma ho capito tutto

Franz Schubert Winterreise - Ian Bostridge and Julius Drake





mercoledì 30 agosto 2017

Il sogno della vecchia nuda

Carico in auto una ragazzo che vuole aspettare una persona dalla parte lombarda del Lago Maggiore. Ma anziché aspettarla a Sesto Calende sul ponte al termine del lago verso sud, questo ragazzo vuole aspettare questa persona a Luino, all'arrivo del traghetto che viene da Stresa.
Arrivati a Luino, mentre attraversiamo con l'auto un ponte, vedo con la coda dell'occhio una persona che sta buttandosi di sotto. Freno e scendo dalla macchina e mi trovo di fronte una donna anziana tutta sporca e nuda che sta per buttarsi. Le dico "Ma è nuda" e la copro con la mia giacca. La lascio lì e riprendo l'auto.

venerdì 11 agosto 2017

L'usanza di coprire gli specchi quando muore qualcuno

L'usanza di coprire gli specchi quando muore qualcuno

[...] possiamo ora spiegarci la diffusa usanza di coprire gli specchi o di voltarli contro il muro dopo che sia morto qualcuno in casa. Si teme che l'anima proiettata fuori di una persona sotto forma del suo riflesso nello specchio possa esser portata via dallo spirito del defunto che comunemente si crede rimanga ancora per casa fino al suo funerale. Questa usanza è dunque parallela all'usanza degli Aru di non dormire in una casa dopo che qualcuno sia morto, per timore che l'anima proiettata nel sogno fuori del corpo possa incontrar lo spirito ed esser da esso portata via. La ragione per cui gli ammalati non devono guardarsi allo specchio e per cui nella camera di un malato si coprono gli specchi, diventa ugualmente evidente; in tempo di malattie, quando l'anima può volar via così facilmente, è specialmente pericoloso proiettarla fuori del corpo riflettendola in uno specchio. Questa regola è quindi precisamente parallela alla regola osservata da alcuni popoli di non permettere agli ammalati di dormire, perché nel sonno l'anima è proiettata fuori del corpo e c'è sempre pericolo che non vi possa più ritornare.

James FrazerIl ramo d'oro, Bollati Boringhieri, 2013, p. 234.

Pensierino. Mi piace l'idea che lo spirito del defunto rimanga in una casa che ha abitato. Arrivati ad una certa età si ha più confidenza con il mondo dei defunti che con quello dei viventi.

martedì 8 agosto 2017

Il sogno del barcaiolo

Con la bici mi inoltro in un solitario sentiero di campagna. Raggiungo un ponte. L'attraverso. Vedo un uomo nel fiume che si allontana con una barca. Prendo la macchina fotografica che dispone di un teleobiettivo potente e fotografo l'uomo. Non so per quale motivo, forse perché vede un riflesso dell'obiettivo, l'uomo si accorge della mia presenza e torna verso riva e mi si avvicina. Dice:"Sai, io vado su questo fiume da tantissimi anni, ci venivo da ragazzo con mio padre che mi portava sempre con sé ed ho poi continuato a venirci da allora".

Pensierino. Non so perché, ma d'estate mi pare di sognare di più che d'inverno. Anzi quando sono in ferie (diciamo fuori dal mio solito ambiente domestico) tendo a sognare di più o forse la forzata inattività tipica del periodo mi porta a concentrarmi di più sui sogni. Sta di fatto che cercherò di riproporli così come mi vengono.


domenica 30 luglio 2017

Ballerina di cera

Ballerina 
di cera 
prigioniera 
in un canneto 
di steli di lavanda



giovedì 27 luglio 2017

L'intimo silenzio dell'attesa

Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 15 maggio 1864 – 13 febbraio 1916) è stato un pittore danese.





Pensierino. Atmosfere rarefatte ed intimità domestica. Spesso le persone sono ritratte di spalle, come a dire che sono "anonimi" personaggio intenti nelle loro quotidiane faccende. Non guardano il pittore e tanto meno oggi chi guarda il quadro. Sono figure avvolte nel loro silenzio, perché impegnate a fare qualcosa: a cucire, a rassettare la casa, a leggere. Solo in alcuni quadri, malinconici, donne di spalle sembrano guardare fuori dalla finestra, forse attendono il ritorno di qualcuno che tarda ad arrivare e che forse non arriverà mai.




domenica 23 luglio 2017

La passeggiata di Tommaso Landolfi, un esercizio di lingue scomparse

La mia moglie era agli scappini (1), il garzone scaprugginava (2), la fante (3) preparava la bozzima (4).  
Sono un murcido (5), veh, son perfino un po' gordo (6), ma una tal calma, mal rotta da quello zombare  (7) o dai radi cuiussi (8) del giardiniere col terzomo (9), mi faceva quel giorno l'effetto di un malagma (10) o di un dropace (11)! Meglio uscire, pensai, invertudiandomi (12), farò magari due passi fino alla fodina (13). (Tommaso Landolfi, Racconti impossibili, Adelphi, 2017)

1) in fuga
2) rompere le capruggini (intaccatura delle doghe entro la quale si incastrano i fondi della botte)
3) serva, domestica
4) sostanza collosa usata per fissare provvisoriamente la torsione dei filati
5) pigro
6) grosso, goffo
7) il rumore del bastone che fende l'aria
8) parlare affettato
9) aiutante
10) impiastro emolliente per portare a suppurazione un ascesso
11) impasto depilatorio composto da pece e olio
12) andare per campagne
13) cava




Pensierino. Quando penso alla ricchezza della lingua italiana, mi viene subito in mente che la povertà economica che stiamo (drammaticamente) vivendo ha raggiunto anche la lingua che si è immiserita in modo impressionante nel giro di pochi decenni.

giovedì 6 luglio 2017

Eppure le loro vite erano piene di stanchezze

Ogni notte giacevano tremando dal freddo, ma non più comunicativi, nella loro infelicità, di un paio d'imposte sbattute dal vento. A volte molti giorni o settimane passavano senza parole. Non erano proprio vecchi avevano appena cinquant'anni, eppure, le loro vite erano piene di stanchezza, di una profonda assenza del bisogno di parlare, di una miseria che forse Ii legava come un disastro troppo grande per essere messo in discussione ma che tuttavia Ii lasciava separati e senza alcun desiderio di comprendersi. Forse, tanti anni prima, quella lunga abitudine al silenzio poteva essere stata propiziata da un momento di collera o passione. Oggi chi avrebbe saputo dirlo?

(da Eudora Welty, Una coltre di verde, La sirena, Racconti edizioni, 2017)

giovedì 29 giugno 2017

La (doppia) chiave ovvero percorsi amorosi

Ho letto e riletto il misterioso racconto di Eudora Welty intitolato "La chiave". Una coppia di sordomuti aspetta il treno nella sala di una stazione sperduta nella campagna americana. Lui gioca con una chiave passandola da una mano all'altra. La chiave cade a terra ed un uomo dai capelli rossi fa per raccoglierla,  ma viene anticipato da Albert, l'uomo della coppia. Inizia un giro di pensieri tra questi personaggi e si scopre che Albert e la moglie Ellie stanno andando alle cascate del Niagara per un loro (tardivo) viaggio di nozze. Hanno risparmiato per anni con un duro lavoro per poter fare questo viaggio che dovrebbe essere il segno del loro amore immutato.
Ma perdono il treno: sono sordomuti e non si accorgono dell'arrivo del treno.

Riprende un giro di pensieri.
"Lavorare tanti anni, e poi perdere il treno" disse Ellie.
Le si leggeva sul viso che era intrepidamente sorpresa, insoddisfatta, in attesa del futuro.

Ellie scopre, dolorosamente e, forse, per la prima volta di essere infelice.

Albert dal canto suo , tenendo in tasca quella chiave, scopre che forse quella era il simbolo "non della felicità con Ellie, ma di qualche altra cosa: qualcosa che avrebbe potuto avere da solo, soltanto per sé,  qualcosa di strano e non cercato che sarebbe venuto da lui..."

Ma a questo punto c'è un colpo di scena: l'uomo dai capelli rossi estrae una chiave con l'etichetta di un hotel camera 2 e la consegna a Ellie.  L'uomo esce e si allontana "Si capiva che disprezzata e vedeva l'inutilità della cosa che aveva fatto".

giovedì 15 giugno 2017

Emozionarsi con la musica

Ci sono musiche che ricordano sempre qualcosa. Per me l'evocazione della musica è potente più di ogni altra cosa. Questo vorrà pur dire qualcosa: il linguaggio musicale è qualcosa che va oltre la parola detta e scritta, si muove in un'altra dimensione. Ridicolo sarebbe cercare di imbrigliarlo in categorie lessicali. Certo l'autore della musica si è espresso così in un contesto di emozioni preciso, ma il suo linguaggio trascende il contesto, se ne libera, va altrove e tocca corde dell'anima misteriose.

Ieri ho sentito questo concerto eseguito da una buona orchestra e una discreta violinista, ma oggi riascoltandolo con un altro interprete (e che interprete !) ho sentito "muoversi" altre emozioni.

Uto Ughi violino solista nel concerto in D maggiore di Ludwig van Beethoven, Orquesta Sinfónica de RTVE (Madrid) con Direttore Luis A. García Navarro.

domenica 11 giugno 2017

Incontri in silenzio

Ricordo che mia madre
entrava nella mia stanza
ed era maggio
e i grilli cucivano la campagna
là lontano.
Nell’aria dolce
come dopo una febbre
stavamo in quel silenzio
che entrava dappertutto.
[Nino Pedretti, Poesie in dialetto romagnolo, Villa Verucchio, 2006, p. 69]

https://youtu.be/JyvXWLYWzx0

domenica 4 giugno 2017

Il terribile silenzio di Dio

Paris Nogari, Allegoria del silenzio. 1582,affresco, Città del Vaticano, sala degliSvizzeri. L’opera testimonia ricorda il pericolo della parola. La cicogna, dovendo portare il prezioso e segreto carico nel guscio dell'uovo, non può emettere versi pena lo svelamento dello stesso
guardando il mondo
....
Io non so spiegarmi l'imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d'amore, e non so vederlo ché sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate,
guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani...

Mariangela Gualtieri

venerdì 19 maggio 2017

Il lato oscuro del bianco


Pensierino. E' sicuramente una foto sbagliata, direbbero fotografi esperti. Ma è una di quelle cose che vengono fuori così: vuoi fare tutto in modalità "manuale" e  ti impappini tra i tempi di esposizione, l'apertura del diaframma e qualche ISO di troppo. Eppure questo fior d'arancio che emerge dall'ombra, nel giardino, all'imbrunire, qualcosa ispira. E sono pensieri (anzi pensierini) molto vicini al silenzio.

venerdì 12 maggio 2017

L'utopia del mondo di malinconia dove le parole saranno favole

L'Italia riapparirà un giorno, lo sento,
e sarà calma e gentile sotto un cielo celeste, come
qualche secolo fa. Ci saranno giardini, boschi,
belle città. Una popolazione rada e mite
vivrà in questi posti benedetti, e le parole di questo
tempo saranno favole. Avremo allora la malinconia.
Dovremo tenerIa cara. Custodirla in
templi preziosi, e in palazzi lunari come <>,elevarle
nelle campagne monumenti arborei, intestarle
fiumi e segreti corsi d'acqua (che riavremo),
e boschi - e nelle città eleganti accademie,
che saranno riapparse. Nei futuri secoli (molto
gioiosi) della malinconia, badiamo a che le ambizioni
e il lusso siano riconosciuti come quelle
tigri che sono, e la modestia e povera contentezza
della severità imperi. Che non ci siano se non
allievi e maestri di estetica e malinconia, artisti e
artigiani (cioè i più piccoli artisti), e il fare sia discreto, 
appena il necessario (come sedie, casette,
giocattoli e abiti da tre soldi o di un lusso
fantastico del solo colore).

Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi, 2016 


giovedì 11 maggio 2017

Auguri mamma


Pensierino. Chi ti vede oggi dice che non riconosce più la persona di tanti anni fa. Io che ti vedo tutti i giorni sostengo che sei sempre tu.

venerdì 5 maggio 2017

L'anima parla per enigmi

"Coloro che trascorrono insieme tutta la vita... non saprebbero neppure cosa vogliono ottenere l'uno dall'altro. Nessuno potrà credere che si tratti del contratto dei piaceri amorosi... l'anima di entrambi vuole qualcos'altro che non è capace di esprimere; di ciò che vuole... essa ha una divinazione, e parla per enigmi".
 (Dal Simposio di Platone citato da Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelchi, prima edizione 1975).

Pensierino. Non c'è nulla da fare. Non c'è rimedio. Un'area molto vasta di noi stessi è preclusa alla conoscenza degli altri. E' un grande mare nel quale noi stessi navighiamo senza bussola. Ogni tanto vediamo di lontano una piccola luce che crediamo subito essere un faro, ma ben presto, avvicinandoci, scopriamo essere tutt'altro, una illusione, un riflesso, un abbaglio. 
Forse è per questo che c'è qualcosa di inconoscibile per gli altri in noi stessi, perché è spesso sconosciuto anche a noi.
Siamo dunque avvolti nel mistero ?


lunedì 1 maggio 2017

1^ Maggio festa del lavoro. Un mio personale concerto.

Le nozze di Figaro, ossia la folle giornata (K 492), è la prima opera lirica di una trilogia composta da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte.
Le Nozze di Figaro, finita di comporre il 29 aprile, fu messa in scena al Burgtheater di Vienna, il
1º maggio, 1786 con Nancy Storace (Susanna), Francesco Benucci (Figaro) e Michael Kelly (tenore) (Basilio e Don Curzio) diretta da Mozart nelle prime due rappresentazioni e da Joseph Weigl nelle repliche.




mercoledì 26 aprile 2017

La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio...



Pensierino. La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio, quando il prete di campagna Don Barignan segue due fidanzati in una notte di plenilunio e... le sue certezze, come per incanto, si tramutano in dubbio.



Il testo di Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893) è trascritto grazie al blog di Ezio Scaramuzzino.

Plenilunio

Portava bene il suo nome battagliero, don Marignan. Era un sacerdote alto e magro, fanatico, di animo retto ma in continua esaltazione. La sua fede era salda, senza oscillazioni. Era sinceramente convinto di conoscere il suo Dio, di capirne i disegni, le volontà, le intenzioni.
Talvolta, mentre passeggiava a gran passi lungo il vialetto del suo piccolo presbiterio di campagna, gli nasceva nella mente una domanda:«Perché Dio ha fatto questo?». Cercava, con ostinazione, mettendosi nei panni di Dio, e finiva quasi sempre col trovare la risposta. Non era lui la persona da mormorare, in uno slancio di pia umiltà:«Signore, i vostri disegni sono impenetrabili...». Diceva tra sé:«Sono il servo di Dio, quindi devo sapere i motivi delle sue azioni, e prevenirli se non li so».
In natura tutto gli appariva creato secondo una logica assoluta ed ammirevole. Domande e risposte si equilibravano sempre: l'alba esisteva perché il risveglio fosse allegro, le giornate perché le biade maturassero, le serate per preparare al sonno e le notti buie per dormire.
Le quattro stagioni coincidevano con tutte le necessità dell'agricoltura; mai lo avrebbe sfiorato il sospetto che la natura non abbia intenzioni, che tutto ciò che vive si sia dovuto piegare alle dure necessità delle epoche, dei climi, della materia.
Odiava la donna, inconsciamente, la disprezzava per istinto. Spesso ripeteva le parole di Gesù Cristo:«Donna, che v'è tra me e te?», aggiungendo:«Si direbbe che anche Dio sia scontento di questa sua opera». Per lui la donna era proprio la fanciulla dodici volte impura di cui parla il poeta. Era il tentatore che aveva trascinato al peccato il primo uomo e seguitava nella sua opera di dannazione; l'essere debole, pericoloso, che misteriosamente turba. E più ancora del loro corpo, abisso di perdizione, odiava il loro animo amoroso.
Aveva sentito spesso il loro amore riversarglisi addosso, e benché fosse sicuro d'essere inattaccabile, lo faceva andare in bestia quel bisogno di amare che sentiva fremere continuamente in esse.
Secondo lui Dio aveva creato la donna soltanto per tentare l'uomo e metterlo alla prova. Ci si doveva accostare a lei con cautele difensive, temendola come una trappola. E difatti ella era come una trappola, con le sue braccia tese e le labbra dischiuse verso l'uomo.
Era indulgente con le suore, perché i voti le avevano rese innocue; ma nonostante questo le trattava con durezza, perché sentiva sempre vivo, in fondo a quei loro cuori incatenati ed umiliati, l'eterno amore che giungeva fino a lui, benché fosse prete. Lo sentiva nei loro sguardi, più intrisi di pietà degli sguardi dei monaci, nelle loro estasi in cui si mischiava il sesso nei loro slanci verso Cristo, che lo indignavano perché si accorgeva che quello era amor di donna, amor carnale; sentiva quel maledetto amore anche nella loro docilità, nella dolcezza della voce quando gli parlavano, nei loro occhi bassi, nelle loro lacrime rassegnate quando le rimproverava con durezza.
Quando usciva dal convento scrollava la sottana e se ne andava svelto svelto, come se fuggisse un pericolo.
Aveva una nipote che viveva con la madre in una casetta vicino a lui. S'era ficcato in capo di farla diventare suora di carità.
Era graziosa, spensierata, allegra. Quando lo zio le faceva la predica, rideva: quand'egli si offendeva con lei, lo abbracciava di slancio, stringendoselo al cuore, mentre lui senza volere cercava di svincolarsi da quell'abbraccio che gli faceva godere una dolce gioia, risvegliando in lui quel senso della paternità che dorme in tutti gli uomini.
Le parlava spesso di Dio, del suo Dio, quando camminavano insieme nei sentieri in mezzo ai campi. Lei non lo ascoltava e guardava il cielo, le erbe, i fiori, con una tale felicità di vivere che le sprizzava dallo sguardo. Ogni tanto si slanciava ad acchiappare un insetto e quando l'aveva preso gridava: - Ma guarda, zio, com'è carino, mi viene voglia di baciarlo... - Quel bisogno di baciare le mosche o dei fiori irritava e sconvolgeva il sacerdote, che vi ritrovava una volta di più l'insopprimibile amore che germina sempre nel cuore femminile.
Un giorno la moglie del sagrestano, che gli sbrigava le faccende di casa, gli venne a dire con una certa cautela che la sua nipote aveva l'innamorato.
Provò un turbamento terribile, restò col fiato sospeso, col viso tutto insaponato, perché si stava facendo la barba.
Quando si riprese e poté riflettere e parlare esclamò:
- Non è vero, Mélanie; questa è una bugia!
La contadina si posò una mano sul cuore:
- Che il Signore mi fulmini se dico una bugia, signor curato. Vi dico che si vedono tutte le sere, dopo che la vostra sorella è andata a letto. Si trovano al fiume. Se volete vederli andateci, dalle dieci a mezzanotte.
L'abate smise di grattarsi il mento e cominciò a passeggiare furiosamente, come faceva quand'era oppresso da gravi pensieri. Quando volle ricominciare a radersi si tagliò tre volte, dal naso fino all'orecchio.
Restò taciturno per tutta la giornata, pieno d'indignazione e di collera. Al suo furore di sacerdote davanti all'invincibile amore si aggiungeva l'esasperazione del padre morale, del tutore, del reggitore d'anima, ingannato, derubato, preso in giro da una ragazzina; l'egoistica sensazione dei genitori ai quali una fanciulla annuncia che senza di loro e malgrado loro, ha scelto il suo sposo.
Dopo cena si sforzò di leggere un po', ma non ci riuscì; e la sua furia cresceva. Quando suonarono le dieci prese il bastone, un enorme bastone di quercia che usava sempre nelle sue uscite notturne, quando andava da qualche malato. Sorridendo guardò il grosso randello, col suo solido pugno di campagnolo gli fece fare dei minacciosi mulinelli. Ad un tratto lo alzò, e digrignando i denti lo fece piombare su una seggiola la cui spalliera, spezzata, cadde sul pavimento.
Aprì la porta e si fermò sulla soglia, sorpreso dallo splendore del plenilunio, tale che di rado capitava di vederlo.
E poiché la sua mente era eccitabile, come dovevano averla quei poeti sognatori dei padri della Chiesa, egli fu subito distratto e commosso dalla grandiosa e serena bellezza della pallida notte.
Nel suo giardinetto immerso in quella dolce luce, gli alberi da frutta allineati disegnavano sul viale, con l'ombra, le loro gracili membra di legno appena rivestito di foglie; e il caprifoglio gigante arrampicato sul muro della casa esalava un olezzo delizioso, come zuccherino, facendo ondeggiare nell'aria tiepida e limpida della sera una sorta di anima profumata.
Respirò profondamente, bevendo l'aria come gli ubriachi bevono il vino, e cominciò a camminare a passi lenti, meravigliato, estasiato, quasi dimentico della nipote.
Appena fu in aperta campagna, si fermò per contemplare la pianura inondata da quella luce carezzevole, immersa nell'incantesimo languido e dolce delle notti serene. I rospi, senza interruzione, lanciavano nell'aria il loro verso corto e metallico, e gli usignoli lontani mischiavano la loro musica che fa sognare senza pensare, musica lieve e vibrante fatta per i baci, alla seduzione del plenilunio.
Don Marignan riprese a camminare, sentendosi quasi mancare senza motivo. Era come improvvisamente indebolito, stremato; aveva voglia di mettersi seduto e di star fermo a contemplare, ad ammirare Dio attraverso la sua opera.
In fondo, seguendo le ondulazioni del fiumicello, serpeggiava una lunga fila di pioppi. Un vapore fine e bianco, solcato, tinto d'argento e reso lucente dai raggi della luna, era sospeso intorno e sulle sponde avviluppando il corso tortuoso dell'acqua con una specie di ovatta leggera e trasparente.
Il sacerdote si fermò un'altra volta, pervaso da una commozione crescente ed irresistibile.
Lo prese un dubbio, una vaga inquietudine; sorgeva in lui una di quelle domande che talvolta si poneva.
Perché Dio aveva fatto tutto ciò? Se la notte è destinata al sonno, all'incoscienza, al riposo, all'oblio di tutto, perché farla più bella del giorno, più dolce dell'alba e della sera; e perché quell'astro lento e incantevole, più poetico del sole, che pare destinato, per la sua discrezione, a illuminare cose troppo delicate e misteriose per la luce del sole, perché rendeva le tenebre così trasparenti?
Perché il più bravo degli uccelli cantori non si riposava come gli altri e gorgheggiava nell'ombra inquietante?
Perché quel mezzo velo gettato sul mondo? Perché quei brividi nel cuore, quella commozione nell'anima, quel languore della carne?
Perché un tale sfoggio di seduzioni, che gli uomini non potevano vedere, se dormivano nei loro letti? A chi era destinato un così sublime spettacolo, una simile abbondanza di poesia gettata dal cielo sulla terra?
Don Marignan non capiva.
Ed ecco che in fondo alla prateria, sotto la volta di alberi bagnati di nebbia lucente, apparvero due esseri che camminavano stretti.
L'uomo era più alto, teneva per la spalla la sua compagna e ogni tanto la baciava sulla fronte. Essi animarono d'un tratto l'immobile paesaggio che li circondava come una divina cornice fatta apposta per loro. Parevano un essere solo, a cui quella notte calma e silenziosa fosse destinata; e camminavano in direzione del sacerdote come una vivente risposta, la risposta che il suo Signore dava alle sue domande.
Il sacerdote restò immobile, col cuore che gli batteva forte sconvolto; gli pareva di assistere ad una scena biblica, come gli amori di Ruth e Booz, al compiersi della volontà divina in mezzo a uno di quegli scenari grandiosi di cui parlano i sacri libri. Cominciarono a ronzargli per il capo i versetti del Cantico dei Cantici, le grida ardenti, i richiami dei corpi, tutta la calda poesia del poema ardente d'amore.
«Forse Dio ha creato queste notti per velare con l'ideale gli amori degli uomini», disse tra sé.
E indietreggiò davanti alla coppia allacciata che seguitava a camminare. Eppure era la sua nipote; ma si chiedeva se non avrebbe disubbidito a Dio. Dio non permette l'amore, se lo circonda d'un simile splendore?
Fuggì smarrito, quasi vergognandosi, come se fosse penetrato in un tempio nel quale non aveva diritto d'entrare.

domenica 23 aprile 2017

100 giorni di solitudine e di libertà

Nidaa Badwan ( Abu Dhabi , 17 aprile 1987 ) E un'artista e fotografa emiratina con cittadinanza palestinese .



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sabato 22 aprile 2017

In quell'ora prima dell'alba

Non sentiva più cantare gli uccelli dal suo letto che aveva due finestre sul piccolo giardino, un rettangolo verde sul lato nord della casa. Aveva dato la colpa ai doppi vetri che aveva appena installato per ripararsi dagli spifferi, ma forse c'entrava anche un po' di ipoacusia senile. Sta di fatto che la mattina, in quell'ora particolare prima dell'alba, non sentiva più cantare gli uccelli. Solo un cuculo riusciva a forare il silenzio con quel suo cu cu a ritmo sincopato e sospettoso di ogni altro rumore. Era l'unico rumore che si sentiva chiaramente, solo a quell'ora del primo mattino.
Si era attardato a letto pensando a questo isolamento in cui era stato cacciato ed immaginato di vedere il piccolo merlo con il primo piumaggio ancora grigio che tentava i primi brevi voli sul prato, controllato d'appresso dalla madre che lo incoraggiava con un petulante cinguettio. Il cinguettio poi si infittiva ogni volta che si avvicinava un pericolo, si sentiva nel piccolo giardino un rumore improvviso, una porta che sbatteva, il cigolio di una tapparella che si alzava, ma anche il semplice fruscio delle fronde dell'alto pico che frusciavano al vento. Per non parlare di quando irrompeva sul tappeto verde il piccolo cane: con un gran coup de theatre si presentava correndo all'impazzata tra un cespuglio e l'altro e creando un gran scompiglio nel composto piccolo ambiente immerso tra le case e le cascine. La mamma merlo aveva sentito il cane arrivare fin da quando la porta sul lato opposto della casa si era aperta e la padrona aveva fatto uscire il cane in giardino per i suoi bisogni e quello era corso fuori come se fosse stato legato alla catena per giorni, con le orecchie belle dritte sulla testa e con la voglia di creare scompiglio là dietro. Sapeva che erano in corso le esercitazioni di volo e lui faceva la posta a quel merlotto maldestro che al suo arrivo, terrorizzato, si rifugiava timoroso dentro il fitto cespuglio di fior d'arancio. La mamma volava bassa intorno al cane, cinguettando forte, per disturbarlo e fargli capire che doveva star lontano da lì, ma quello cocciuto gironzolava famelico in attesa di un piccolo sbaglio, di un'imprudenza, di un attimo di esitazione. 
Pochi minuti, poi il primo raggio di sole illumina la cima più alta del pino ed allora, come d'incanto, il giardino si zittisce e comincia un'altra giornata.

© G.G. 22 aprile 2017


venerdì 21 aprile 2017

Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Poesia di Nelo Risi
Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Fate a pezzi le gabbie
disfate i roccoli
date fuoco alle panie
miracolate i fringuelli
abolite i richiami e il vischio
seminate il cielo di miglio
forzate i sonni dei musei
con le finestre, e aria
al nibbio impagliato sottovetro
finché s'impenni…
Li guardo volare
ma la parola è rimasta indietro.

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Pensierino. La parola rimane indietro al volo che rimane inintellegibile per noi inchiodati a terra.